Un sacco di gente mi manda messaggi dicendo “Fabio, ti ho pensato quando hanno detto della reunion degli Oasis”. Ne sono certo, ed ammetto di aver portato alla disperazione tanta gente al riguardo, ma il mio è un amore sincero, e se sei sincero non hai colpa per il tuo sentimento.
E poi, alle volte ha persino funzionato.
Contrariamente a quanto pensano tutti, però, non sempre ho amato gli Oasis. Anzi.
Ricordo delle domeniche, poco prima di pranzo, a guardare “Superclassifica Show”, trasmissione che mostrava i dischi più venduti della settimana. Nella classica top ten a rovescio la mia preghiera settimanale era che i fratelli inglesi fossero almeno al numero 2. Invece no, correva il 1997, anno pivotale nella storia oasisiana, capii dopo, e loro con mio grande disappunto erano sempre lì, fissi in vetta. Mi erano antipatici dal profondo del cuore.
Avevo diciassette anni, del resto, e di musica capivo ben poco. Oltre ai Beatles, unico caposaldo rimasto ad oggi della mia cultura musicale adolescenziale, ascoltavo molta musica italiana pop, anche vecchia per la verità. Mi piaceva – e tuttora qualcosa mi piace – di Lucio Dalla, e da piccolo amavo molto i singoli della primissima Gianna Nannini, il che mi fa pensare che Siena avesse già trovato il modo di infiltrarsi nella mia esistenza, ma non divaghiamo.
Fu solo nel 1998, con il singolo “All around the world”, che rimasi fulminato dalla band. Il video influì molto: come ho detto, io amavo i Beatles, e quella specie di rivisitazione di “Yellow submarine” mi lasciò esterrefatto, cambiando totalmente la mia percezione degli Oasis. Comprai il singolo, che col senno di poi è una gemma di canzoni ben suonate, per poi passare a “Be here now”, l’album da cui è tratta la canzone. Non so come, qualcuno a scuola mi prestò gli album precedenti, e da lì non la finii più di ascoltare i Gallagher fino ad oggi.
Nonostante fossi contrario alla reunion, dato che ogni fratello è evoluto in modo diverso musicalmente – riguarda anche me e mio fratello, figuriamoci gente che si è vista sul palco tutti i giorni per venti anni di fila – ammetto che sapere di una rimpatriata, temporanea o meno che sia, rende migliori le mie giornate come una brezza frescolina. Se gli Oasis sono ancora vivi, nel mondo forse non tutto è perduto.
Guardando per un attimo indietro penso di aver sentito moltissima musica. Ho provato ad ascoltare di tutto, dagli Who ai Queen fino ai Kraftwerk. Poi Ligeti e la musica dodecafonica, Miles Davis, persino i Chemical Brothers.
Se non avessi sentito anche solo uno di questi, mi trovereste esattamente come mi avete conosciuto. Davvero, non ci sarebbe stata alcuna differenza. Senza i Gallagher, però, no. Non sarei la stessa persona, non avrei avuto canzoni per sollevarmi o esaltarmi, o anche solo come copertina di Linus in momenti di secca psicologica.
Sì, certo: esistono molte canzoni brutte degli Oasis. Gli album dal quinto fino al 2009 non sono granché ascoltabili, lo ammetto senza problemi. Ma chi può dire di avere fatto anche solo quattro album pieni di grandissime canzoni? I Beatles, forse – e anche lì ci sarebbe da discuterne per ore.
Aggiungo che gli Oasis non hanno dato assolutamente niente alla musica mondiale. Non avevano la fantasia dei Queen, non sono stati innovatori come i Beatles, non hanno portato la musica dei neri ai bianchi come i Led Zeppelin, Clapton ed Elvis. Non sono stati cantori di un popolo come Bruce Springsteen o Bob Dylan.
Eppure c’è qualcosa di epico nelle pieghe di una “It’s getting better (man!!)” ascoltata per la millesima volta che non trovo in nessun’altra canzone. C’è della cioccolata calda in “Half the world away“, dell’anima in “Talk tonight” e tre Guinness alla spina di fila in “Don’t look back in anger“.
E poi l’ultima, quella che dovete sentire. “The Masterplan“. La canzone totale. Più invecchia, più diventa bella e significativa.
Beh, sono le tre e un quarto, torno a dormire. Ascoltate, ma soprattutto sentite. Se non vi piace, non importa, è un semino, o un’esperienza in più che avrete fatto. “Everything is education”, dice il mio cugino gallese scherzando, ma credo che in fondo abbia proprio ragione.