Per motivi casuali e tutto sommato indipendenti dalla mia volontà, ho avuto occasione di sostare per una decina di minuti davanti all’ingresso chiuso e illuminato di una scuola primaria. Nella penombra della sera le scuole vuote si somigliano un po’ tutte e danno un’insolita serenità. Quell’aria un po’ dimessa da penitenziario edulcorato, la vernice spessa di un colore assurdo che arriva a metà parete e sopra, tronfio, l’immancabile bianco.
Di sera è diverso. Sembra fuori contesto persino l’orologio davanti alla bidelleria per contare i minuti al termine della giornata, come i disperati tentativi di adeguarsi al presente; rampe per disabili e ascensori incastrati alla meno peggio nell’atrio, necessari e orrendi come le autostrade che passano dentro Genova.
Per qualche strana ragione – dimmi tu la vita – proprio di questa scuola stavo scrivendo in un embrione di romanzo, scegliendola da Google Maps solo per la sua posizione. È curioso passare dalla pagina bianca ai suoi allegri murales disegnati maluccio e al suo cancello basso e rosso. Su questa scuola nel mio romanzo arriva un missile. Sarà un retaggio del mio passato da insegnante, non so dirvi, e neanche della trama vi dico, forse un giorno potrei finirlo.
Pur facendolo con coscienza e non provando nessun particolare gusto nell’insegnare, mi sono più volte chiesto se il sistema scolastico italiano funzionasse. Ho passato otto anni in sei diversi istituti, ognuno con le sue leggi, come fossero diverse repubbliche. Certi in realtà somigliavano molto ad una dittatura, altri viaggiavano a briglie più o meno sciolte. Ho visto presidi ansiogeni ed altri alle prese con problemi gastrici. Altri ancora, i migliori, sicuri e con un senso della realtà molto attivo e presente.
E gli insegnanti? Ho visto ogni cosa, da gente che mandava mail di lavoro alle 23 di sabato notte fino a chi guardava filmati di politica su Youtube facendo sostegno. Ciò che apprezzo della larghissima parte di loro, però, è lo spirito. I più hanno un modo di interpretare la professione che va oltre il semplice dovere. Mettono a disposizione le attrezzature – o persino la carta igienica – portandole addirittura da casa. L’Italia è basata sull’arte di arrangiarsi, sull’ “ognun per sé e Dio per tutti” e neanche la scuola sfugge a questa realtà, anche se questo ci parla di quanta sfiducia nello Stato si possa avere, in generale.
Ma dicci allora, Fabio. Funziona, quindi, questo mondo?, vi chiederete voi lettori. Si e no. Silvio Orlando ne “La Scuola” – bel film che descrive in maniera perfetta la maggior parte degli istituti – dice che “il sistema scolastico italiano funziona solo con chi non ne ha bisogno”, e dopo tanti anni passati lì dentro comincio a pensare sia vero.
Ci tornerei, per un attimo. Magari nella penombra, a sentire ciò che era, nel silenzio senza odori delle aule, potendo ascoltare i miei passi come non è mai successo.
E invece no: ho guardato l’atrio per un attimo da fuori e poi sono entrato nella palestra dove i miei amici insegnano pallavolo a delle ragazzine che sarebbero potute essere “il mio pubblico” fino a qualche anno fa. Certo, sono rimasto un po’ insegnante dentro e forse ci morirò anche, ma mi sono detto che solo ora, nella libertà di poter essere con loro, sono davvero felice.