“Buona giornata” dice l’operaio di colore dopo aver schiacciato il mucchio di terra. Ha una felpa blu e gialla di un’officina. Non so perché io ci faccia caso, credo sia il mio consueto debole per i dettagli inutili. Ha poggiato la corona che era sulla bara e un altro mazzo di fiori sul cumulo. Ho visto sul vialetto una rosa rossa senza gambo, un po’ disfatta. Sono andato a prenderla, l’ho messa sul lato, zio se la meritava.
È come se non potessi fare a meno di pensare da dove arrivi il presente. Il Mediterraneo, la tomba di tanti, attraversato per seppellire: esiste anche questo. L’operaio abbozza un sorriso, poi raggiunge l’altro che ha appena finito di manovrare una piccola ruspa per coprire di terra la cassa. Sono rimasto lì davanti tutto il tempo a guardare. Niente lacrime, non mi fa impressione, è l’ordine in cui vanno le cose. Non ho mai pianto granché delle morti, è un passaggio, specie a novantadue anni.
In quella mi viene in mente che avrei dovuto prendere il campanello della mia bici e metterlo in tasca a zio. Lo so, è un rituale un po’ pagano, ma se oggi scaccio via i pensieri pedalando è grazie a lui.
Mio nonno paterno è morto in bicicletta, così mio padre ha sempre scoraggiato me e mio fratello ad andarci. Io però amavo trasgredire con zio Anselmo e la domenica facevo quel chilometro tra la campagna dove andavamo a trovarlo e casa sua, e già allora la bicicletta mi faceva sentire bene. Zio, le insalate e la sua coppola grigia, così finiva il weekend, altro che 883.
Non so nemmeno perché io prema il tastino di registrazione della mia videocamera interiore in questi contesti. Mi balenano davanti scene sparse: zia, abbracciata alla nuora, abbandona il campo guardando la terra scendere sulla cassa e nel mentre gente vicino a me si fa i fatti suoi, parlando d’altro. E poi c’è chi sta lontano, occhieggia, il prete già se n’è andato. Non so chi abbia ragione. Nessuno, probabilmente, che è come dire “tutti”.
Eppure c’è del bello in questa tristezza. Il figlio di zio ha preso la mia rosa e l’ha messa davanti, esattamente al centro. Così finisce tutto, ma relativamente. Ad un certo punto comincia a piovere e mia zia ci invita a casa per il caffè. Mia cugina – che ha pianto come un vitello insieme a suo fratello fino a qualche minuto prima – passa a prendere i pasticcini.
Ci sediamo intorno al tavolo che ha costruito zio, che era falegname. Compaiono due macchinette del caffè, ne preparano dodici tazzine e poi lo rifanno, potrebbero servire tutta la Grande Armée. Ci prendiamo in giro, perché i pasticcini sono buoni ma la cugina che è arrivata apposta da Roma ne vuole solo metà, e c’è persino chi se ne prende un quarto.
È come se zio fosse seduto ancora lì con noi, piccolo piccolo con i suoi occhi azzurri e lo sguardo curioso, un po’ Braccio di Ferro in versione lombarda, unico mio parente davvero settentrionale in una famiglia calabrese.
In fondo si sorride, il caffè era buono. Uscendo da quella casa ho come l’impressione che questo sia già successo, forse sento una presenza, un calore, o semplicemente ho ricostruito un’anima partendo da quelle undici che erano lì con me. La stessa anima romantica che ogni domenica in campagna raccoglieva dei fiori per farne un mazzo da regalare a mia madre. È come mettere insieme i pezzi: la rosa, la terra, la vita che continua. E in tutto questo l’amore dei gesti, quello che va oltre la morte.
Bon voyage, Anselmino, e grazie della bici.