“Lei, senta”.
“Chi, io?”.
Il barbone si diresse verso di me. Provai vergogna, anche se la gente intorno a me sembrava non far caso alla scena. Una ragazza aveva degli auricolari viola. Un altro signore vestito di nero parlava al telefono, concitato. Un vecchietto, invece, inveiva con una signora bassa e magra sul mondo di oggi e lo sperpero dei soldi dei giovani e nel mentre apriva e chiudeva ossessivo la cerniera di un borsello di Gucci.
Il barbone era basso, non superava il metro e sessanta. In bocca aveva un dente sì e uno no, e anche quello sì era abbastanza incerto. Era più un forse, una promessa difficile da mantenere.
“Ha una sigaretta?”.
“Ti sembro uno che fuma?” Gli dissi ridendo. Non so perché, ma ai barboni mi viene da dare del tu. Dare distanza dando confidenza. Che lingua curiosa, l’italiano.
I suoi capelli erano spessi. Ma così spessi che avrei potuto quasi misurarli col righello. Come faceva a pettinarseli, strigliandoli come i cavalli? Gli arrivavano alle spalle. La barba era lunga, coi grossi baffi gialli vicino alla bocca. Quando parlava sapeva di tabacco. Si spostò e passò al signore in nero, che però si voltò senza degnarlo d’uno sguardo. Il barbone lo toccò su un braccio e questi gli rispose “non farmi perdere tempo”.
Mi girai verso la pensilina. Sul visore della fermata, miracolo di elettronica, brillava la scritta “10 min”. Il signore vestito in nero si aggiustò gli occhiali e se ne andò a passo di marcia sfanculando l’azienda dei trasporti. Alla fermata rimanemmo io, la ragazza con gli auricolari viola che ora accennava anche qualche passo di danza e i due anziani. L’uomo protestava perché in giro c’erano troppi barboni e marocchini e che è tutta colpa della sinistra se vengono qua.
Il tram sferragliava lento in mezzo al viale, in lontananza. Milano ha questi viali biblicamente lunghi, dove è quasi frustrante persino veder arrivare il mezzo che devi prendere, perfettamente consci che non vederlo è anche peggio.
Il tram era lento, forse fece anche una fermata o due, non riuscii a capire nemmeno se stesse caricando qualcuno o meno. Attesi quasi un quarto d’ora.
Sulla navicella verde dai pavimenti azzurro appiccicoso i passeggeri erano più del previsto. Mi dovetti accomodare contro un signore che non fece una piega. Eravamo a circa dieci centimetri l’uno dall’altro. Sorrisi, lui no. Il tram curvò e sbattè sul finestrino i due vecchietti che erano con me alla fermata, lui su di lei che ebbe la peggio. Mi immaginai una scena d’amore, come nei film, ma in realtà lui si scollò e iniziò uno sproloquio sui guidatori extracomunitari.
Io guardai una seconda volta il signore che era vicino a me scuotendo la testa, ma lui la mosse solo per guardare il telefono. Spiai. Niente di interessante, la moglie chiedeva dove fosse.
Deluso, scesi in piazza Tricolore. Il mio biglietto valeva ancora un’ottantina di minuti e così decisi di prendere la metropolitana. Il barbone arrivò con me – aveva preso il tram anche lui, probabilmente – alla scala, mi toccò e mi chiese ancora se avevo una sigaretta. Stavolta non risposi e scesi. Guardai fuori dalle porte che davano sul lato, sulla prosecuzione della galleria. Mi venne in mente che quel tubo vuoto di chilometri e chilometri alla fine non era che un ripiego. Una strada sotterranea in mezzo ai palazzi che nella realtà esterna non sarebbe mai potuta esistere.
I suoni nella metro 4 sono appannati, assorbiti, non rimbomba niente. Era dura trovare luce nel grigio e blu scuro dei cartelli. Mi concentrai sul visore, due minuti. Sul marciapiede non c’era quasi nessuno. Io non ce la facevo, dovevo parlare, parlare con qualcuno. Scesi ad una fermata a caso, non ricordo neanche quale, poco lontana dall’aeroporto. Uscii in una piazza piena d’alberi e vidi una specie di carrozzone che vendeva dei libri. C’erano delle scritte in pennarello sul fianco, erano dati personali del gestore.
“Senta, mi perdoni. Mi deve levare una curiosità” dissi.
Il libraio aveva la barba, credo avesse sulla quarantina d’anni, con lo sguardo vacuo e il fisico molle. Mi parve fumare qualcosa di esotico. Tossicchiò, portando il capo leggermente verso di me.
“Ma da questa piazza io ricordo passasse un tram. Era il 16, il 13 o il 12?” Inventai lì per lì.
Si aggiustò il cappello e sembrò avermi preso sul serio. Cominciò a muovere le mani.
“90-91 di là” indicò “qui, la M4 e poi 54 e 61. No, nè 13,12 o 16”.
“Beh, auguri allora” dissi io.
Mi guardò con un mezzo sorriso.
“Grazie” disse, senza motivo.